Suor Carolina contro la Mafia

 

Venerdì 22 novembre un gruppo di studenti dell’IIS FARAVELLI  si sono recati in diocesi a Tortona per ascoltare suor Carolina Iavazzo.
La stretta collaboratrice del beato don Pino Puglisi vive oggi a Bosco Sant’Ippolito (Reggio Calabria), dove continua a occuparsi dei giovani in una terra, la Locride, martoriata dalla ‘ndrangheta, ma dove può aleggiare ancora una speranza, se ci sono testimoni capaci di suscitarla.

Ai giovani di Tortona suor Carolina racconta dell’incontro che le ha cambiato la vita, il 2 ottobre 1991. Quello con un prete di periferia, ucciso “in odium fidei”, e per questo beatificato.
Parla dell’esperienza educativa con i giovani di Brancaccio, fino al giorno del suo martirio, e di ciò che, nel quartiere di Palermo, è fiorito successivamente.

In mattinata sono previste alcune attività con gli studenti (circa 700) che frequentano gli istituti scolastici tortonesi: ascoltando suor Carolina e partecipando alle tavole rotonde tematiche.

Alle 21, presso l’auditorium della Fondazione CRT, un ulteriore incontro aperto a tutti i giovani, nell’ambito della “Scuola della parola”, il ciclo di conferenze organizzato dalla Pastorale Giovanile diocesana, giunto al terzo appuntamento.

Abbiamo chiesto a suor Carolina di anticipare ai lettori del “Popolo” alcuni dei temi che tratterà durante questa giornata. 

Dopo la morte di don Pino Puglisi lei ne ha raccolto l’eredità morale e intellettuale, prestandosi in numerose occasioni come testimone di quell’esperienza palermitana dedicata a salvare i giovani dalla mafia. Perché parlarne è importante, ancora oggi?

«Padre Puglisi è diventato un modello per i giovani. Un modello di coraggio, un modello di speranza. Ma anche un modello per schierarsi dalla parte del bene. Perché oggi si fa fatica a schierarsi. Si preferisce sempre seguire le correnti, le mode.
E i giovani hanno bisogno di modelli che abbiano saputo scegliere. Lui ha fatto la sua scelta: quella di schierarsi dalla parte dei più deboli, dei più fragili. Che sono i giovani. Questa è la testimonianza che io porto: capire che bisogna schierarsi da una parte, dalla parte del bene».

 Il “Modello don Pino” nell’approccio con i giovani per portarli a scegliere il bene. Concretamente, con quale modalità?

«Dare voce a chi non ha voce, ma anche far capire agli altri di che statura siamo noi. Avere coraggio di parlare, di ammettere: “io non ci sto”.
Diceva Martin Luther King: “Non temo le parole dei violenti quanto il silenzio degli onesti”. Questo vuol dire schierarsi: avere la forza di parlare, di dire la propria opinione senza paura». 

Cosa le è rimasto più impresso di quel 15 settembre 1993 quando don Pino fu ucciso?

«Noi abbiamo visto il “prima” della morte di padre Pino e il “dopo”. Un cambiamento totale. Dove sembra che sia finito tutto, dove pare che la morte spazzi via ogni speranza, ogni ideale… tutto rinasce. Perché prima della morte di padre Pino Puglisi noi si lavorava e lui lavorava molto con i giovani; era incisivo.
Però, dopo la morte, la sua presenza è diventata ancora più incisiva. Il quartiere è cambiato dal giorno alla notte. O meglio: dalla notte al giorno. Anche le famiglie che comunque erano un po’ coinvolte nella mafia, hanno capito perché don Pino Puglisi è morto. È morto per i loro giovani. Per i loro figli. Un cambiamento nel coraggio». 

A Locri ha avuto modo di conoscere e collaborare con alcuni vescovi che si sono distinti nella lotta contro le mafie. Bregantini (fu lui a volerla in Calabria), poi Morosini, adesso Oliva. Che cosa può fare concretamente la Chiesa nel segno di don Puglisi?

«Io dico che la Chiesa può fare molto, però deve avere un po’ più di coraggio per schierarsi. Il coraggio anche di parlare di certi temi, di non nascondersi. Dovremmo avere più preti come padre Pino Puglisi. Più vescovi come padre Pino Puglisi. Ho detto tutto». 

Quale messaggio lancerà ai giovani che incontrerà a Tortona?

«Non conosco i giovani di Tortona, però conosco i giovani. I giovani oggi hanno bisogno di capire dove stanno andando. Hanno bisogno di capire quali sono i modelli da seguire. Devono capire dove questo mondo li sta portando.
Io dico: alla rovina. Non ci sono più punti di riferimento, a partire dalla famiglia, dalla società, dalla scuola. Ogni punto di riferimento, prima, era un po’ un orizzonte; adesso gli orizzonti sono un po’ scomparsi. Per cui i ragazzi sono molto disorientati. Si annoiano, non sanno cosa fare e quindi hanno bisogno di capire che possono anche rimboccarsi le maniche. E fare del bene».